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Attentati dinamitardi, 6 settembre 1970

Nella notte tra il 5 e il 6 settembre, a Reggio Calabria, vi furono quattro attentati dinamitardi. Fu la prima volta dall'inizio della rivolta per il capoluogo che la minaccia del tritolo venne indirizzata direttamente contro delle persone, o più precisamente contro le loro auto e abitazioni, con il pericolo – in quest'ultimo caso – di provocare vittime. Gli obiettivi furono, in sequenza cronologica: il consigliere regionale della Democrazia cristiana Lodovico Ligato; il consigliere regionale socialista Paolo Consolato Latella; il sottosegretario governativo democristiano Sebastiano Vincelli; un maresciallo di pubblica sicurezza in servizio presso il commissariato di Villa San Giovanni. I primi due ordigni scoppiarono, mentre degli altri si spense la miccia. Il prefetto affermò sin da subito il collegamento con la protesta pro capoluogo. Gli indizi in verità non apparivano univoci: il più fondato era quello che le bombe avessero l'obiettivo di condizionare la posizione sul capoluogo dei consiglieri regionali. Gli ordigni inesplosi contro il sottosegretario e il maresciallo di pubblica sicurezza erano stati confezionati dalla stessa mano eppure non era chiaro il loro nesso con il movente citato, tanto che la stampa nazionale assegnò specificamente all'attentato contro il sottoufficiale uno scopo di depistaggio verso le organizzazioni mafiose. In ogni caso, l'effetto più evidente delle bombe fu quello di risvegliare la protesta, scesa di tono durate l'estate.